I giorni della Merla

di Matteo Severgnini

 

Il commissario Devecchi continuava a camminare avanti e indietro lungo il binario della stazione. Infagottato nel suo cappotto marrone e con la sciarpa intorno al collo, stava aspettando il treno per Milano. A quell’ora sul marciapiede del secondo binario della stazione di Verbania c’erano, oltre a lui, quattro persone. Tutti andavano su e giù per cercare di sconfiggere il freddo. Avrebbe voluto accendersi un’altra sigaretta. Diede un’occhiata all’orologio che segnava le sei e cinque.

«Tre, quattro sigarette in poco più di un’ora, credo che siano un po’ troppe. Anche per la mia coscienza. E per le bugie da fumatore».

Si fermò accanto alla protezione in plastica arancione che recintava la zona dei lavori in corso per la ristrutturazione del parcheggio sottostante. Osservò ruspe, scavatrici e un camion betoniera che giacevano inermi sul piazzale.

«Non lo finiranno mai».

La voce alle sue spalle lo fece voltare. Si ritrovò di fronte un ragazzo. Aveva vent’anni, indossava una giacca di pelle, dei jeans e teneva in mano un trolley. Devecchi non disse nulla, chiedendosi come potesse non avere freddo vestito così. Il ragazzo continuò:«Non finiranno mai i lavori… È da anni che si trova in queste condizioni».

Il commissario annuì leggermente.

«Questa stazione è uno scempio: il bar è chiuso da troppo tempo e la sala d’attesa non ha riscaldamento. Quando faccio un biglietto, mi metto in fila, divento vecchio e lo pago con la pensione. Ma le sembra giusto che oggi, ventinove gennaio, siamo qui fuori a camminare perché non c’è il riscaldamento? Un vero schifo. Prima devono mettere a posto la stazione e poi il resto. Per fortuna che Verbania è capoluogo di provincia…».

Devecchi, con le mani affondate nelle tasche, sorrise pensando all’espressione che aveva usato il ragazzo per spiegare quanto tempo ci volesse per fare un biglietto.

Guardandosi attorno disse:«Credo che lei abbia ragione, è un po’ malmessa…».

«Malmessa?! - esclamò il ragazzo - È un vero schifo… per non parlare poi dei treni, un carro bestiame su alcune tratte. I Regionali poi... stipati proprio come delle bestie. Lei è messo male! Alto com’è, come farà a stare seduto comodo?... Quanto è alto? Almeno uno e novanta... - scosse in silenzio la testa e continuò - E adesso stanno togliendo alcuni treni. E io tutte le mattine devo svegliarmi prestissimo, quando potrei starmene a letto, per avere un posto a sedere sporco che pago un occhio della testa».

Il ragazzo si allontanò. Il commissario intuì che quello sfogo non fosse il primo. Immaginava che quelle frasi le ripetesse tutte le volte che trovava qualcuno a osservare il parcheggio. Come una sorta di rituale quotidiano. E sorrise tra sé. Si accese una sigaretta e il fumo misto al vapore uscì dalla sua bocca. Riprese a camminare lungo il marciapiede. Quel giorno avrebbe incontrato sua figlia. Si erano dati appuntamento all’ingresso della metropolitana, di fronte alla Stazione Porta Garibaldi. Avrebbero fatto colazione insieme in qualche bar di corso Como, poi Devecchi avrebbe trascorso il resto della sua giornata libera girovagando per il centro. Nel suo programma c’era la visita a una mostra e ad un paio di librerie remainders per scovare magari qualche buon libro fuori catalogo. Salito in treno, dopo essersi seduto accanto al finestrino nella direzione di marcia, allungò le gambe infilandole sotto il sedile di fronte. Subito sentì un leggera fitta alla schiena. Unì le ginocchia e tirando a sé le gambe, voltò poi anche la testa verso il corridoio. Nel sedile accanto c’era un giornale svizzero spiegazzato, una bottiglietta di acqua vuota senza tappo e un involucro in plastica che aveva contenuto uno snack al cioccolato. Osservò gli altri sedili blu con il logo verde delle Ferrovie dello Stato. Erano lisi e mancavano dappertutto i copri poggia testa. Prese con cautela la bottiglietta e il resto. Aprì il portacarte sotto il finestrino. Era stracolmo. Lo richiuse infastidito. E mollò per terra l’immondizia. Sfilò dalla tasca interna della sua giacca un piccolo libro. Lo aveva scelto piccolo perché pensava che tra il viaggio d’andata e quello di ritorno lo avrebbe iniziato e terminato. Lo aprì e iniziò a leggere, con quel brivido di curiosità che veniva dal fatto di averlo preso dallo scaffale dei libri non ancora letti.

«Ha visto che condizioni?».

Sollevò la testa e vide le spalle del ragazzo che, senza fermarsi, si allontanava verso la porta scorrevole in fondo al vagone.

«Sto zitto. È meglio» pensò tornando a immergersi nella lettura.

 

***

 

Il treno dopo aver attraversato il ponte sul fiume Toce, aveva imboccato una galleria. Il rimbombo sordo delle ruote d’acciaio sui binari distrasse il commissario per un istante dalla lettura. Superate altre due gallerie e pochi minuti dopo la stazione di Baveno, in prossimità dell’arrivo a Stresa, una voce stridula invase improvvisamente lo scompartimento.

«Qualcuno è un dottore!? C’è un dottore qui?! Per favore… Un dottore!!!».

Devecchi si alzò senza accorgersi di aver sfiorato con la testa il portabagagli in alto. Si voltò in direzione delle grida alle sue spalle. Una donna con i capelli raccolti vestita in divisa verde e blu, camminava concitata all’interno del vagone.

«Cosa succede?».

Il controllore aumentò il passo andandogli incontro.

«Lei è un dottore?» chiese in un soffio rauco.

«No, non lo sono ma che…».

«Ho bisogno di un dottore - e alzando nuovamente la voce continuò - Un dottore presto!».

«Signora per favore, si calmi, cosa sta succedendo?».

«Lasci stare, ho bisogno di un dottore» rispose allontanandosi.

«Sono un commissario di polizia, posso essere utile?» insistette calmo.

La donna si girò guardandolo per un momento in volto e dopo un istante gli afferrò il braccio con forza.

«Va bene lo stesso, venga con me».

Lui la seguì, dimenticando il libro sul sedile. Attraversarono lo scompartimento accompagnati dalle grida della donna: «Un medico! C’è un medico?».

Entrato nel vagone adiacente, Devecchi notò un paio di persone appoggiate allo schienale che stavano osservando preoccupati una donna seduta poco distante da loro.

«Guardi, è lì» il braccio teso non nascondeva un tremolio.

La donna in tailleur e camicetta bianca sembrava addormentata, aveva i capelli che le nascondevano il volto, la testa appoggiata al vetro del finestrino e le braccia allungate mollemente sulle gambe.

«Ho provato a svegliarla per controllarle il biglietto, ma appena l’ho toccata la testa ha sbattuto contro il finestrino. Non... Non si è svegliata».

Devecchi si avvicinò alla donna. Le afferrò il polso e lo scosse leggermente. Ma non ottenne nessuna reazione. Lasciò andare il braccio che ricadde su una gamba a peso morto. Si chinò verso la donna, con la punta delle dita cercò il battito sul collo.

«È morta» disse con tono neutro il commissario.

«Oh, mio Dio nooo!» esclamò il controllore mettendosi le mani sul volto, mentre gli altri due passeggeri rimasero attoniti in silenzio. Devecchi scostò con due dita un lembo della giacca, e vide all’altezza del cuore una macchia rosso scuro sulla camicetta bianca.

Si avvicinò per osservare meglio, cercando di nascondere la macchia al controllore e agli altri due passeggeri.

«Questa donna è morta» ribadì.

«Oh mio Dio…» la donna in divisa aveva urlato di nuovo, cercando subito dopo di riprendere un contegno.

Gli altri due uomini rimasero in silenzio, uno di loro si alzò per andare a sedersi vicino alla porta del vagone.

«E adesso cosa faccio?… - disse concitatamente il controllore - Non so cosa fare…».

«Segua le mie istruzioni signora - disse il commissario con fermezza - Avvisi il macchinista di fermare il treno alla prossima stazione. Stresa, se non sbaglio».

Lei annuì nervosamente.

«Gli dica anche di non aprire le porte dei vagoni. Nessuno deve scendere e nessuno deve salire».

«A questo ci devo pensare io» e lo disse quasi gridando, allontanandosi a grandi passi.

«Signori - rivolgendosi agli altri due passeggeri - vi pregherei di trovarvi un altro vagone».

Di fronte ai loro sguardi venati di paura Devecchi innervosito aggiunse:«Fate come vi ho detto e in fretta. Questa donna è stata uccisa».

E si pentì subito di averlo detto.

 

***

 

«Cosa mi dici?» chiese il commissario al medico legale, dottoressa Carlini.

Devecchi aveva avvisato i suoi uomini che, arrivati a Stresa e dopo aver raggruppato tutti i passeggeri in un paio di vagoni, avevano iniziato a raccogliere le prime deposizioni. Nell’attesa lui, rimasto solo con il cadavere, aveva osservato con cura ogni dettaglio ma senza spostare neppure un capello, anche se avrebbe voluto vederla in viso. Aveva desistito, per non inquinare il lavoro dei colleghi della Scientifica. Ebbe anche voglia di aprire l’unica valigia presente nel portabagagli sopra il finestrino, un trolley, presumibilmente della donna.

«Si chiama Anna Marie Millefiori. Nata a Roma nel 1970 e residente sempre a Roma» rispose Carlini.

«Una bella quarantenne dal viso e dalle mani curate – il medico legale fece una pausa, forse involontariamente confrontando il suo aspetto trascurato e i suoi parecchi chili di troppo con quel fisico scolpito, forse da diete e palestra. Ma irrimediabilmente morto - È stata uccisa con un colpo di pistola al cuore. Dal foro posso presumere che la pallottola sia di piccolo calibro. Sono convinta che l’autore abbia usato il silenziatore. Per il resto aspetto di fare un’analisi da noi. E non chiedermi l’ora del delitto».

«Certo che non te la chiedo» disse serio Devecchi.

«Commissario, - un agente di polizia entrò nel vagone fermandosi sulla soglia dell’ingresso - c’è una cosa interessante».

«Un momento e arrivo. Carlini, - tornò a rivolgersi al medico legale - la Scientifica cosa le ha trovato addosso?».

«Poca roba. Un cellulare, un piccolo portafoglio con carta d’identità, una carta di credito e una banconota da cento euro, un pacchetto di sigarette con relativo accendino, un beauty case da borsa…».

«Ma aveva una borsa?» la interruppe.

«Non l’abbiamo trovata».

«E poi?»

«Tre biglietti ferroviari. Uno del treno Ginevra - Domodossola, uno Domodossola - Milano e uno Milano - Roma».

«Un’ultima cosa, anzi due. La prima, cosa contiene il suo trolley? Lo avete aperto?».

«Non ancora. Lo vuoi tu?».

«Sì, fai portare tutto nel mio ufficio».

«La seconda?».

«Quanto costa un tailleur di quel tipo?».

«Guarda Arturo, non mi intendo di vestitini firmati ma a occhio e croce credo che costi parecchio. Ho guardato l’etichetta, è di Yves Saint Laurent».

«E quindi?».

«Non lo so».

 

***

 

L’agente, rimasto in attesa, gli raccontò che uno dei passeggeri interrogati gli aveva riferito che quella donna, secondo lui, non era mai salita sul treno. Il commissario pensò a qualche mitomane che voleva avere una parte da protagonista. Avrebbe voluto mandare al diavolo l’agente, perché gli stava facendo perdere tempo. E a fatica tenne a bada il disappunto.

«Cosa vuole che le dica. Ci parli lei stesso. Il tizio è di là con gli altri passeggeri. Mi ha raccontato di vagoni, numeri, superstizione, la presenza di un uomo…».

«Sto zitto. È meglio» pensò il commissario.

Il loro ingresso nella carrozza attirò lo sguardo di tutti i presenti, neanche avessero risposto a un comando. Il commissario valutò che erano una ventina.

«Venga per favore - disse l’agente indicando con un braccio un ragazzo - venga qui».

«A questo punto tanto vale presentarci, mi chiamo Marco» esordì l’altro.

«Commissario Arturo Devecchi. Marco, e il cognome?».

«Rizzi. Rizzi Marco».

Si strinsero la mano. Il commissario non volle che il colloquio avvenisse alla presenza degli altri passeggeri. Propose di scendere dal treno anche perché non resisteva più alla voglia di fumare.

Si fece aprire la porta dal controllore e vennero avvolti dall’aria fredda. Si sedettero su una panchina di sasso del marciapiede del primo binario.

«Questa sì che è una stazione - esordì Rizzi - Si guardi attorno. Un bar come si deve, là in fondo sale d’attesa riscaldate, non ci sono scritte sui muri del sottopassaggio… È una bella stazione».

«Io capisco che lei sia attento al decoro delle stazioni del Verbano, del Cusio e dell’Ossola, ma non mi sembra più il caso di parlarne, almeno in questo momento, non crede?».

«Certo dottore certo, mi scusi. Ma come devo chiamarla? Dottore o commissario?».

«Non è importante. Lo è invece quello che mi deve raccontare, quello che ha visto. Secondo lei quella donna non è mai salita sul treno?» sfilò una sigaretta dal pacchetto e l’accese.

Il ragazzo raccontò che, come sua abitudine ogni volta che prendeva un treno, saliva sull’ultima carrozza. Percorreva l’intero treno per cercare il posto migliore dove sedersi. Anche se individuava un sedile prima di aver percorso tutto il tragitto dalla coda alla testa del treno, non si fermava. Quando ripercorreva il tragitto al contrario e prendeva posto. E anche quella mattina aveva compiuto lo stesso rituale.

«Lo faccio perché sono superstizioso. E in base alla data del giorno, scelgo la carrozza. Oggi è il ventinove, è un giorno dispari e quindi ho scelto la carrozza numero tre. Domani sceglierò una carrozza pari. Lei, mi faccia pensare… era nella quattro».

Rizzi proseguì ricordandogli che aveva commentato la sporcizia della sua carrozza, e aveva proseguito fino a raggiungere quella adiacente al locomotore.

«E non ho notato nessuna donna seduta nella carrozza numero due. Me ne sarei accorto. Le noto io le donne. Mi piacciono…» proseguì cercando una complicità che non trovò.

Poi affermò di aver notato un uomo seduto vicino al finestrino nella seconda carrozza. Proprio dove era stato trovato il cadavere.

«Conosco la domanda che sta per farmi. No, - sostenne con fermezza - a Baveno non è sceso nessuno. Ho guardato fuori dal finestrino, in cerca di due amici che non ho trovato. Sono saliti solo tre studenti che si sono messi vicino a me. Dei rompiscatole che hanno iniziato ad ascoltare le suonerie dei loro cellulari…».

Devecchi ebbe quasi la certezza che Rizzi gli stesse solo facendo perdere tempo.

«Magari si sta sbagliando» abbozzò.

«Impossibile, commissario. Impossibile che mi sbagli su queste cose. Sono attento a quello che capita…».

«E cosa le capita?» domandò lui spegnendo la sigaretta con la suola della scarpa.

«Vivo» disse con un tono disarmante, che tolse ogni spiraglio a qualsiasi altra considerazione.

«La vedo perplesso» proseguì il ragazzo.

«L’uomo che ha visto è tra i passeggeri?» riprese Devecchi.

«No, ne sono certo, quel tipo non c’è».

«E secondo lei, come ha fatto la donna a salire su questo treno».

«Ah… - disse quasi ridendo - questo me lo deve dire lei».

«D’accordo Rizzi, va bene così – ribatté infastidito - Ha riferito anche al mio collega quanto mi ha detto?».

«Assolutamente sì».

Devecchi lo congedò con una stretta di mano, e gli parve che il ragazzo fosse dispiaciuto dell’atteggiamento incredulo del commissario.

«Mi creda, quella donna non è mai salita sul treno».

«Le credo, le credo… Arrivederci».

Gettò il mozzicone in un cestino e si accese un’altra sigaretta.

 

***

 

Devecchi dopo aver avvisato sua figlia che non sarebbe arrivato all’appuntamento, era tornato a Verbania. Ad attenderlo nel suo ufficio c’era il procuratore Scuisi, sprofondato mollemente sul divano in finta pelle marrone: sembrava un paziente che aspettava il suo turno nella sala d’attesa di un medico. Il doppiomento, le dita delle mani grassocce e soprattutto una pancia prominente gli fecero continuare a immaginare che il medico potesse essere un dietologo.

«Non può prendere un giorno di ferie - esordì sorridendo il procuratore senza alzarsi dal divano - Gli eventi la costringono a tornare al lavoro».

«Buongiorno».

«Ha proprio ragione, me le sono sentite da mia figlia per il mancato appuntamento che avevo con lei. Comunque Francesca ha capito il motivo e non se l’è presa più di tanto».

Il commissario si sedette sulla poltrona accanto al divano.

«Mi spieghi cosa è successo. Un controllore ha trovato una donna morta in un vagone. Uccisa?».

«Esatto. La donna si chiamava Anna Marie Millefiori, aveva quarant’anni, italiana, nata e residente a Roma…».

Il commissario proseguì con le altre informazioni che lui e il medico legale Carlini erano riusciti a mettere insieme.

«Ma la cosa strana, anzi le cose strane sono due – proseguì Devecchi - La prima è che questa donna proveniva da Ginevra e viaggiava su un treno regionale Domodossola - Milano, diretta a Roma. Portava un tailleur costoso, e io non ce la vedo una persona così elegante viaggiare su un regionale, poco confortevole e decisamente sporco. Controllerò che non ci siano altri treni, diciamo, più in sintonia con il suo standard. E poi, mi ha stupito che non avesse con sé una borsa, o una borsetta, né tanto meno un cappotto o un soprabito, considerando il freddo di questi giorni».

«Magari questi sono piccoli pregiudizi che ha lei nei confronti dell’altro sesso. Forse non tutte le donne hanno bisogno di una borsetta».

«Forse ha ragione - il commissario rispose un po’ risentito - comunque credo che la mancanza di un soprabito possa indicarci qualcosa che ancora non conosciamo».

«Magari le è stato rubato…».

«Impossibile dottore, è stata fatta un’accurata ricerca all’interno dei vagoni e non è stato trovato nulla».

«Sono stati rubati portafoglio, denaro, gioielli?».

«Non è stato toccato nulla».

Scuisi accavallò le gambe con un gesto che a Devecchi parve lentissimo.

«Per come è stata uccisa la donna, tutto mi fa credere che sia stata un’esecuzione. Nessuno ha sentito lo sparo, e dal foro di entrata, la dottoressa Carlini pensa che l’autore dell’omicidio abbia utilizzato un piccolo calibro silenziato. Il referto mi verrà consegnato in giornata».

«Mi sembra di vedere un film di spionaggio - disse Scuisi – non è mai successa una cosa del genere nel nostro territorio, da quando sono qui. E non ho mai sentito parlare i colleghi che mi hanno preceduto di episodi simili».

«Neanche io» confermò Devecchi.

«Un incrocio tra un’avventura di James Bond e Assassinio sull’Orient Express, dove il colpevole è salito sul treno fermo in stazione, ha ucciso ed è ridisceso subito. Oppure è uscito dal finestrino, si è arrampicato, ha raggiunto il tetto del treno per poi saltare giù».

«Se fossimo in un film, sarebbe plausibile. Ma questo caso è realtà, non fiction e non si riesce a sgusciare dal finestrino di un interregionale italiano...».

Il procuratore, appassionato di film gialli, era convinto che la fantasia superasse la realtà, e pensava che attingere dalla fiction potesse rivelarsi utile a risolvere i casi. Il commissario invece era propenso a credere, piuttosto, che realtà e fantasia facessero a gara per superarsi.

«E comunque abbiamo ancora pochi indizi» tagliò corto Devecchi.

Bussarono alla porta. Entrò un agente di Polizia portando con sé il trolley della donna e un sacco di plastica.

«Buongiorno, ho qui gli effetti personali della vittima. Dove glieli lascio, commissario?».

Devecchi rispose di posarli accanto al divano e l’agente si congedò.

Il commissario, proseguendo, riferì parte del colloquio che aveva avuto sulla panchina con Marco Rizzi. Reputava la teoria del ragazzo talmente strampalata e campata per aria che non se l’era sentita di condividerla del tutto con il procuratore. Avrebbe letto sui verbali degli agenti le dichiarazioni di tutti i passeggeri e solo poi, eventualmente, ne avrebbe parlato al procuratore.

«Cosa intende fare?» chiese Scuisi alzandosi.

«Raccogliere altre informazioni su Anna Marie Millefiori».

Il procuratore tese la mano per congedarsi.

«Mi faccia sapere presto, commissario».

«Dottore, come mi devo comportare con la stampa? Una notizia come questa fa gola ai giornalisti».

«Non si preoccupi. Ci ho già pensato io. La donna è morta per cause naturali».

«D’accordo, ma sul treno c’erano passeggeri presenti al ritrovamento...».

«Le ripeto che non si deve preoccupare. La stampa darà il corretto spazio e la giusta informazione sull’accaduto...» concluse sottolineando con il tono della voce corretto e giusta.

 

***

 

Devecchi, in attesa che la dottoressa Carlini rispondesse al telefono, aveva fatto scivolare lo sguardo sulla sua scrivania. Quattro faldoni si innalzavano in un angolo. Coprivano in parte un portafotografie con la cornice in legno chiaro con all’interno il ritratto di sua moglie che teneva in braccio la loro figlia, entrambe sorridenti.

Nell’angolo opposto campeggiavano il monitor del computer e la tastiera. Dietro allo schermo la pila di documenti che avrebbe dovuto far archiviare da oltre un mese, a fianco un portapenne in plastica verde vuoto e poi fogli scarabocchiati sparsi per il piano della scrivania insieme a matite e biro. Telefonò al medico legale, perché non riusciva a capacitarsi che quella donna non avesse con sé una borsetta né un soprabito. La Carlini gli disse che i pochi oggetti trovati erano nelle tasche del tailleur.

«Strano, non ti sembra?».

«Poco comune, ma non incredibile - rispose la dottoressa – Non tutte le donne hanno con sé una borsetta».

Pensieroso il commissario accettò con riserva la spiegazione. Ma non riusciva a comprendere che per compiere un viaggio da Ginevra a Roma, una donna potesse non avere con sé almeno una borsa con i propri effetti personali. Dal sacchetto appoggiato accanto al divano estrasse poi i biglietti del treno. Tutti recavano la data del ventinove gennaio e tutti erano stati timbrati sul retro per la convalida. Ne dedusse che quella donna non avrebbe fatto soste, arrivando a Roma quello stesso giorno. Verificò che il biglietto Milano - Roma non comprendesse il supplemento e la prenotazione.

«Niente Freccia Rossa, né un altro treno veloce. Senza supplemento e senza prenotazione, a Milano sarebbe salita su un semplice Diretto…».

Appoggiato il trolley sul tavolo di fronte alla sua scrivania, fece pressione sui pulsanti neri e le piccole leve scattarono quasi all’unisono. Un soprabito ben piegato copriva interamente lo spazio. Lo appoggiò sul piano del tavolo. Una borsetta da donna. Vuota.

«Poi mi si dice che le donne possono fare a meno della propria borsetta…» bofonchiò tra sé.

Il resto del contenuto della valigia lo fece sussultare. Un completo da uomo misto lana malamente piegato, una camicia nera spiegazzata, un paio di calzini neri di lana appallottolati e un paio di scarpe da uomo. Osservò le suole delle scarpe e notò che erano nuove, o quasi. Infilò una mano nelle tasche dei pantaloni e della giacca. Ne estrasse una carta d’identità.

«Guglielmo Martini, nato a Milano il 4 giugno 1968».

Osservò la fotografia. Appoggiò con foga la carta d’identità sul tavolo. Prese dal sacchetto quella della Millefiori. E con entrambi i documenti si sedette sulla sua poltrona nera. Le aprì accostando le due fotografie. Si accese una sigaretta. Incurante del divieto di fumare.

 

***

 

Devecchi accese un’altra sigaretta con il mozzicone della precedente, spalancò la finestra e un’aria gelida invase immediatamente la stanza. Alle sue spalle iniziò a squillare il telefono.

«Sai chi ti ha cercato?».

Riconobbe la voce della dottoressa Carlini.

«No. Chi?».

«La Merla!» quasi urlando e fece seguire una breve risata.

Devecchi stizzito pensò: «Sto zitto. È meglio».

«Su Arturo, non prendertela… È uno scherzo. Bisogna mantenere le tradizioni… e poi dobbiamo o no alleggerire?…».

«Certo, non preoccuparti. Dimmi».

Non riuscì a nascondere il suo disappunto e si chiese che cosa si dovesse alleggerire.

«Domattina è pronto il primo risultato delle analisi della Millefiori, per l’autopsia qualche giorno in più. Passi tu da me a prenderne una copia o te la faccio consegnare?».

Devecchi era solito recarsi nell’ufficio della Carlini a ritirare i referti delle autopsie e i risultati di altri esami, ma preferì farseli consegnare, perché c’era rimasto male per lo scherzo della Merla, e voleva prendersi una piccola rivincita.

«Quasi mille euro» proseguì Carlini.

«Cosa vuoi dire?» chiese infastidito, pensando a un altro scherzo.

«Il tailleur indossato dalla Millefiori, mi sono informata da una mia amica, costa circa mille euro se non di più».

«Grazie – disse lui con tono distaccato - ci vediamo domani».

«A domani, Arturo».

Si sentì un po’ in colpa per averla trattata in quel modo. Ma gli rimase la curiosità di sapere il perché di quello scherzo, o quanto meno, di quell’atteggiamento giocoso che non aveva precedenti. Ritornò a osservare le fotografie pensando che le avrebbe chiesto anche scusa. Perché, prima di essere un medico legale, era una sua amica.

Arrivato sotto casa, posteggiò l’auto nell’unico posto libero ed entrò nel supermercato poco distante. Prese un paio di pacchi di pasta in offerta e si diresse verso la cassa a pagare. Oltrepassate le porte scorrevoli un soffio di aria gelida si infilò tra il bavero della giacca e il collo.

Si ricordò di aver dimenticato la sciarpa in auto. Considerando il freddo decise di tornare a casa al caldo.

Terminato quel pensiero, Devecchi smise di camminare. Fermo sul marciapiede appoggiò a terra il sacchetto con la spesa. Si accese una sigaretta, sostenendo con la propria coscienza che fumare lo faceva pensare meglio e concentrarsi di più.

Rifletté a voce bassa:«Ammettendo che quel ragazzo abbia ragione, dalle fotografie della carta d’identità potrebbe anche essere che Millefiori sia anche Martini. La donna è salita prima della stazione di Verbania travestita da uomo, si è cambiata in treno, cacciando gli abiti maschili nel trolley e si è nuovamente seduta come Anna Marie Millefiori. Tutto questo tra le stazioni di Verbania e Stresa, cioè in circa un quarto d’ora. Come la Merla, dalle piume bianche, che per il freddo si è rifugiata in un camino, uscendone poi con le piume nere per la fuliggine… ma quella donna non si è cambiata per il freddo».

Riprese a camminare pensando a Scuisi e ai suoi film.

 

***

 

Assieme al medico legale aveva osservato il cadavere di Anna Marie Millefiori. I tratti somatici della donna potevano corrispondere a quelli di Guglielmo Martini. La fotografia della carta d’identità ritraeva un volto con la barba e i baffi, e non si capiva se si trattava di un fotomontaggio o più semplicemente se quella barba fosse posticcia, un travestimento ben fatto. I lineamenti della donna erano sottili e delicati, e Devecchi si chiese se la Millefiori travestita da uomo poteva risultare credibile.

«E viceversa» disse Carlini.

«Come si dice… efebo?» chiese Devecchi.

«Più o meno il concetto è questo. Diciamo che potrebbero sembrare fratello e sorella, molto somiglianti tra loro».

Di fronte a loro il volto della Millefiori e tra le mani del commissario le due carte d’identità.

«La stessa persona?».

«Credo che questa ipotesi possa reggere, Arturo».

Dopo qualche istante lui le chiese:«Secondo te, con addosso camicia e giacca, avrebbe potuto nascondere il seno?».

«Questa donna ha un seno piccolo. Magari fasciandosi il petto sì, credo proprio di sì».

«Sul viso avete trovato tracce di adesivo o sostanze simili?».

«No, nulla. Non era neanche truccata. Aveva una pelle liscia, una bella pelle per la sua età».

Devecchi si stava convincendo che Anna Marie Millefiori era anche Guglielmo Martini. Ma per saperlo con certezza avrebbe dovuto fare un paio di telefonate.

 

***

 

Mentre stava parlando al cellulare con sua moglie per avvisarla che quel giorno non sarebbe riuscito a fare la spesa, il telefono del suo ufficio iniziò a squillare. Devecchi si accorse che stava arrivando un fax.

«Adesso devo andare».

Chiuse frettolosamente la conversazione.

Sperava che fossero le informazioni che aveva richiesto con la massima urgenza a un suo collega di Roma. Aveva bisogno di verificare l’autenticità dei dati riportati sulle carte d’identità. Prese il foglio e iniziò a leggere.

Anna Marie Millefiori. Nata a Roma il 10 maggio 1970, residente a Roma in via Garibaldi 214. Vedova. Libera professionista, diceva la carta d’identità, mentre il fax non specificava nulla in merito.

«Sono ancora il commissario Devecchi, buongiorno».

«Ciao, hai ricevuto il fax?».

«Siete stati molto celeri e vi ringrazio. Avrei bisogno di altre informazioni».

«A disposizione collega».

«Vorrei sapere esattamente quale professione svolgeva la Millefiori. Libero professionista non mi basta».

«Lo immagino, ma per questo ci vuole un po’ più di tempo. Un paio di giorni e ti richiamo».

«Sei gentile, grazie e…».

«Dovere» lo interruppe il collega.

«Vorrei sapere anche con chi era sposata, perché dalla documentazione che mi hai spedito risulta vedova».

«Questo posso farlo subito. Dammi dieci minuti, ti richiamo».

Il commissario recuperò il numero di cellulare di Marco Rizzi dall’agente che aveva raccolto le deposizioni in treno. Il ragazzo confermò che l’uomo seduto nello scompartimento aveva la barba.

«Ne è sicuro?».

«Certo che sono sicuro - ribatté indispettito - io sono attento a ciò che…».

«Va bene, va bene Rizzi - tagliò corto - era semplicemente una domanda di prassi».

«Commissario, le sono stato utile?».

«Molto utile, Rizzi» e seppe di aver commesso un passo falso.

«Allora mi deve un favore».

«Mi scusi?».

«Quando avrà risolto questo caso, mi aiuta a migliorare le cose in stazione a Verbania?».

Devecchi rimase spiazzato dalla richiesta.

«Vedrò cosa posso fare… Ma comunque io non le devo nessun favore».

«Conto su di lei».

«Arrivederci signor Rizzi».

La Millefiori era anche Martini. Il commissario se lo ripeteva non tanto per convincersi, ma perché quella faccenda stava rivelandosi un caso fuori dal comune, lontano da quelli su cui aveva lavorato fino ad allora. Si accese una sigaretta e aprì la finestra. La nuvola di fumo si mescolò con l’aria gelida dell’esterno. Tra una boccata e l’altra fu aggredito da molte domande. Perché quel travestimento? Dov’è finita la barba posticcia? Cosa nascondeva quella donna? Perché utilizzare un treno regionale? Perché non disfarsi degli abiti maschili e addirittura non far sparire la carta d’identità intestata a Martini? Ma soprattutto perché era stata uccisa, in maniera così plateale? Poteva essere un messaggio quel modo di ucciderla. Ma a chi era indirizzato? Devecchi era comunque soddisfatto perché, nonostante tutte le domande ancora senza una risposta, nel giro di poco tempo, aveva ottenuto molte informazioni e l’indagine aveva avuto uno sviluppo inatteso. Squillò nuovamente il telefono dell’ufficio.

«Ho capito la tua urgenza Devecchi e fra poco ti invio il fax».

Il collega era stato di parola.

«Siete efficientissimi, lì nella capitale».

«Devecchi, facciamo il possibile. Ho qui il documento… Allora… la Millefiori è, o meglio era vedova da due anni… Sposata con un certo… Guglielmo Martini».

 

***

 

Era esausto. Il giorno prima Devecchi aveva convocato e ascoltato tutti i passeggeri presenti sul treno al momento del ritrovamento del cadavere della donna. Tutti tranne Marco Rizzi. Quattro affermavano di essere saliti a Domodossola, diretti a Milano, e nessuno di loro aveva notato nulla di strano quella mattina sul treno. Tre pendolari avevano dichiarato di essere saliti a Verbania, direttamente nella prima carrozza incontrata. I tre studenti, accompagnati dai loro genitori e intimoriti nel ritrovarsi di fronte a un commissario di Polizia, non avevano notato nulla di strano. Un passeggero aveva abbozzato timidamente che forse l’autore del delitto aveva attraversato la carrozze durante il passaggio del treno in una delle tante gallerie. Tutte le deposizioni corrispondevano a quelle fatte agli agenti, subito dopo il ritrovamento della Millefiori. Ognuno dei passeggeri una volta salito in treno non si era mosso dal proprio sedile e nessuno quindi aveva attraversato la carrozza della Millefiori. Devecchi giunse alla conclusione che nessuno potesse essere stato l’autore dell’omicidio.

«O tutti o nessuno - pensò - Quel treno non è l’Orient Express… Quindi nessuno».

L’unica persona che aveva notato Martini-Millefiori seduto nello scompartimento era Marco Rizzi. A malincuore doveva affidarsi alle parole di quel ragazzo. Per un attimo considerò l’ipotesi che fosse proprio lui l’autore dell’omicidio, ma scartò subito questa possibilità perché Rizzi, in procinto di compiere un omicidio dalla modalità così complicata e rischiosa, non si sarebbe comportato in modo così estroverso, quando si erano incontrati in stazione. Era indispensabile approfondire la vita di quella donna e di Martini. Ma per fare questo avrebbe dovuto aggiornare il procuratore e avvisarlo che sarebbe andato a Roma.

 

***

 

«Non se ne parla, Devecchi» disse con tono risoluto il procuratore Scuisi, seduto sulla poltrona dietro la scrivania.

Dopo aver ascoltato il resoconto sulle indagini, alla richiesta del commissario di recarsi a Roma alla ricerca di altre informazioni su Millefiori e Martini, continuò:«Il cadavere è stato rinvenuto nel territorio di nostra appartenenza, questa è una certezza, ma considerando lo sviluppo delle indagini, mi sembra corretto che il fascicolo passi alla Giudiziaria di Roma. E poi, caro Devecchi, qui abbiamo altro da fare. Quando torna dalle ferie l’ispettore Gaudenzi?».

«La settimana prossima».

«Ecco vede, siamo anche sotto organico. È meglio che lei rimanga qui» affermò questa volta con tono calmo, con le mani intrecciate, appoggiate sulla pancia che in quella postura sembrava ancora più prominente.

Devecchi rimase interdetto. Non pensava che la decisione presa dal procuratore fosse la strada più giusta da seguire, non riusciva a concepire come Scuisi potesse abbandonare quell’indagine.

«Mi scusi la domanda, dottore. Ma ha avuto pressioni tali da farle decidere di passare il caso? Mi perdoni, ma credo che non ci siano gli estremi...».

«Ma quali pressioni e pressioni - sbottò quasi gridando il procuratore - Le ho già spiegato il perché. Non c’è altro da aggiungere».

Devecchi incassò a malincuore ma aggiunse di non essere affatto d’accordo con quella decisione. Mentre usciva dall’ufficio venne fermato: «Devecchi, lo so cosa sta pensando. Non si permetta di ammalarsi, né tanto meno di prendersi giorni di ferie. Le ripeto, la Procura ha bisogno che lei rimanga qui a lavorare».

«Farò del mio meglio» rispose lui richiudendo la porta alle sue spalle.

 

***

 

Nel suo ufficio, ripensò a quel colloquio. Un atteggiamento che non lo convinceva affatto. Si ricordò come qualche anno prima il procuratore avesse litigato pesantemente con il collega di Torino, per mantenere un’indagine di traffico di droga all’interno della propria Procura. E a condurre le indagini era stato proprio Devecchi.

E si domandava ora il perché di quella decisione, inattesa quanto immotivata. Telefonò nuovamente al commissario di Polizia Giudiziaria di Roma. Un agente gli rispose che il commissario era in ferie.

«Ma ieri era al lavoro…».

«Certo che c’era. Ma oggi non c’è. E non ci sarà per una settimana. Era incazzato. Aveva giorni di ferie e l’hanno obbligato a farle, senza preavviso. Da un giorno all’altro. Beato commissà… lui se la stà a spassà».

«Troppe coincidenze» farfugliò.

Decise di chiamare l’ispettore Gaudenzi.

«Pronto Claudia?».

«Commissario cia… Ehm, buongiorno».

«Ciao. Lo so che sto disturbando la tua vacanza…».

«Non si preoccupi. Ho appena finito di fare snorkeling e sono sdraiata in spiaggia».

«Snorkeling?».

«Ho fatto il bagno con maschera e pinne. Nei villaggi turistici si chiama snorkeling, nuotare con maschera e pinna e osservare il fondale».

«Ho capito, ho capito - tagliò corto lui - Non voglio farti perdere tempo. Tu conosci qualche nostro collega fidato a Roma?».

«Cosa vuol dire fidato?».

«Fidato significa fi-da-to».

«Mi faccia pensare… - I due rimasero in silenzio per qualche secondo e poi la Gaudenzi riprese – Mah... Conosco solo una ragazza che lavora su una volante a Trastevere. Qualche problema commissario?».

«Non credo che possa essermi di aiuto. Comunque grazie lo stesso. Arrivederci».

«Tutto bene?».

«Non preoccuparti Claudia. Ciao».

«Arrivederci».

 

***

 

A fine giornata Devecchi, giunto a Omegna, prima di salire nel suo appartamento, si era fermato a fare la spesa nel supermercato sotto casa. Mentre camminava tra gli scaffali, cercava di ordinare gli elementi che aveva fino a quel momento. Era solito schiarirsi le idee sui casi di cui si stava occupando, mentre sceglieva i prodotti da acquistare. L’ambiente del supermercato lo rilassava e lo faceva ragionare meglio. Se avesse potuto fumarsi una sigaretta tra lo scaffale della pasta e quello dei sughi pronti, per lui sarebbe stato l’ideale.

«Una donna uccisa in treno con un colpo di pistola. La stessa donna che era salita vestita da uomo. Due carte d’identità, Anna Marie Millefiori e Guglielmo Martini. Le fotografie di questi due ritraggono la stessa Millefiori, al naturale e truccata da uomo. La donna, vedova, era stata sposata proprio con Guglielmo Martini. Una volta scoperto questo, il procuratore Scuisi mi toglie l’indagine e il commissario di Roma viene obbligato all’improvviso a prendersi le ferie arretrate. Definirle coincidenze o stranezze mi pare un eufemismo».

Dopo aver pagato gli acquisti e averli insacchettati, uscì dalle porte scorrevoli, strinse la sciarpa intorno al collo e si diresse verso casa.

«Commissario Devecchi».

Una voce di uomo alle sue spalle lo fece voltare.

La strada era poco e male illuminata, Devecchi fece fatica a scorgere un tizio sbucato tra un’auto e l’altra parcheggiate nel piazzale. L’uomo stava avvicinandosi lentamente.

«Buonasera Arturo» l’uomo aveva un voce profonda.

Indossava un cappotto grigio e un berretto nero di lana. La sciarpa avvolgeva il collo e nascondeva la parte inferiore del volto, lasciando scoperti solo gli occhiali. Tenendo le mani in tasca continuò:«Scusami se ti disturbo…».

Devecchi non lo conosceva e non lo sfiorò nemmeno l’idea di tendergli la mano e chiedergli chi fosse. Rimase in silenzio.

«Hai dimenticato di comprare il sapone detergente per tua moglie. L’ho acquistato io - e dalla tasca estrasse un flacone in plastica blu e lo porse al commissario che non si mosse - Bisogna avere cura della propria pelle e tua moglie lo fa. Dovresti farlo anche tu. E poi il sapone serve anche per lavarsi le mani e qualche volta, Devecchi, anche se non le si hanno sporche. Alcuni invece le mani ce l’hanno sporche e se le tengono. Prendilo, ti serve».

Decise di stare a quel gioco che non lo stava facendo sentire a suo agio. Allungò il braccio e mise il flacone in tasca.

«Chi devo ringraziare per questo gesto così attento» chiese col tono fermo e deciso di chi non si lascia intimidire così facilmente.

«Non è importante. E poi fai troppe domande, Arturo Devecchi».

Identificare quel volto era impossibile e inutile cercare di memorizzarne il profilo. L’uomo si voltò e tornò sui suoi passi. Devecchi lo seguì con lo sguardo. Un’auto parcheggiata al di là della strada, accanto alla passeggiata del lungolago, accese i fari e partì appena lo sconosciuto salì a bordo e richiuse la portiera. Il commissario lasciò cadere a terra il sacchetto della spesa e corse per cercare di individuare il numero della targa. Rincasando pensava a quanto era appena accaduto. Il messaggio di quell’uomo gli era chiaro. Avrebbe voluto chiamare subito un suo amico che lavorava alla Motorizzazione, ma a quell’ora gli uffici erano chiusi e non aveva altri recapiti. Lo avrebbe fatto l’indomani mattina, senza farne cenno con Scuisi.

 

***

 

Tenne sua moglie all’oscuro dell’incontro e lei rimase sorpresa di quel sapone che non era nella lista delle cose da acquistare e che lui non aveva avuto la prontezza di buttare.

«Arturo, che carino che sei stato. Ne ho comprato uno anche io proprio ieri, ma lo terrò di scorta. E come si dice in questi casi, o me l’hai fatta o me la stai per fare» disse sorridendogli.

Devecchi, cercando di nascondere la sua preoccupazione, la baciò sulla fronte. Dopo cena, era seduto sul divano a per bere il caffè quando squillò il telefono di casa.

«Arturo ti devo parlare subito. Il tuo cellulare era spento...».

La voce della Carlini era a dir poco concitata.

«Calma, che succede?».

«Succede che mentre stavo infilando le chiavi nel portone del cancello per rientrare a casa mi si è avvicinato un uomo. Non si è presentato…».

Aveva il fiato corto e Devecchi capì che era decisamente spaventata.

«…Mi ha detto in tono tranquillo, talmente calmo da mettermi paura, che se avessi perso qualche cosa non avrei dovuto cercarlo. Io lì per lì, gli ho risposto che non avevo perso niente. Lui mi ha ribadito, con un tono di ghiaccio, che se in futuro avessi perso qualcosa, non avrei dovuto cercarlo. Anche se si fosse trattato di qualcosa di ingombrante. Come il cadavere di una donna, ha concluso».

« Ti ricordi com’era vestito?».

«No, nonostante vicino al cancello ci sia un lampione, lui è rimasto fuori dalla zona illuminata».

«Ma non hai visto se aveva un cappotto e un berretto di lana?».

«Mi è parso avesse una giacca corta sportiva. Non ne sono certa. È una minaccia, vero? Si riferiva al caso della donna ritrovata in treno?».

«Certo, proprio lei. Ma non preoccuparti. Ci vediamo domattina».

«Arturo, devo avere paura?».

«Stai tranquilla, nessuna preoccupazione. Ormai io e te ne siamo fuori».

 

***

 

Devecchi era in piedi nel soggiorno del procuratore. Scuisi seduto sul divano, aveva le gambe accavallate. Senza preavviso, il commissario si era presentato a casa sua verso le dieci di sera. L’altro, vedendolo sulla soglia della porta della sua villa, lo aveva fatto accomodare in soggiorno, senza convenevoli. Il commissario non era mai stato lì, ma non si dedicò a osservarne gli arredi o i quadri alle pareti. Non l’aveva fatto perché quanto doveva ascoltare era più importante di tutto il resto. Voleva la conferma che il caso fosse chiuso. Che qualcun altro lo avesse chiuso per lui. Il procuratore gli aveva offerto una grappa che aveva rifiutato.

«Allora neanche io la bevo - e continuò - è la prima volta che viene qui e credo di conoscerne il motivo».

«Me lo dica».

«Quanti anni ha, Devecchi?».

«Quarantaquattro».

«E quanti ne ha trascorsi in Polizia?».

«Venticinque».

«Le parlerò chiaro. Con lei non voglio fare giochi di strategia per nascondere qualcosa. Qui non c’è nulla da nascondere. E poi non se lo merita - continuò con un tono rammaricato, che a Devecchi sembrò sincero - io ho stima di lei e del suo lavoro - il procuratore fece una pausa, si guardò attorno quasi a cercare un appiglio per rinviare quello che stava per dire e riprese - Ho ricevuto pressioni, forti pressioni, affinché non ci occupassimo più del caso. Ho cercato di farle capire che avremmo dovuto allentare le indagini sulla Millefiori, ma lei ha continuato imperterrito. La capisco. La seconda telefonata che ha fatto a Roma, le ha fatto incontrare quel tizio fuori dal supermercato…».

«Chi era?».

«Un uomo dei Servizi».

«Anche per la Carlini?».

«Anche. Solitamente non si comportano così. Ma in questo caso hanno voluto andare sul sicuro».

«E lei cosa ha fatto?».

Devecchi si accorse che stava incalzando il procuratore, come se stesse interrogando un sospettato. Il paragone non gli piacque, pur essendo la similitudine pertinente.

«Non ho potuto che subire la decisione che mi è arrivata dall’alto. Non mi chieda da dove».

Ebbe l’impulso comunque di chiederglielo. Ma si rese conto che, anche scoprendolo, non sarebbe cambiato nulla. Sempre che Scuisi glielo avesse riferito: per loro il caso era chiuso. Falsamente chiuso.

«Ciechi e sordi. Tutti quanti» pensò il commissario.

«Vedrà - proseguì il procuratore con tono sconsolato - fra qualche giorno, verrà ritrovato un cadavere nella campagna di qualche periferia di una grande città, il cadavere di una donna. Diranno che è stata ammazzata un’altra prostituta. Faranno un’indagine di prassi, per qualche giorno ci saranno trafiletti sui giornali e poi tutto finirà. Sarà dimenticato. Una prostituta morta ammazzata interessa veramente a pochi».

«Sto zitto. È meglio» pensò Devecchi.

Tra i due calò il silenzio.

«Su cosa sta riflettendo?» chiese il procuratore.

«Ma lei dottore, non è così».

«Così come, commissario?».

«Non si lascia soffiare un caso, solo perché ha avuto delle pressioni».

«La ringrazio per la stima. Ma in questo frangente non posso fare altro che ordinarle di abbandonare le indagini. Non sono più di nostra competenza. E poi - continuò con un velo di rassegnazione in volto - noi lavoriamo in provincia. E i limiti, positivi e negativi, sono anche questi. Ha mai letto un romanzo o visto un film di spionaggio, ambientato in provincia?...».

Scuisi si pentì subito del paragone appena fatto. Strinse le labbra e distolse lo sguardo.

Trascorsero diversi secondi di silenzio. Al procuratore parvero minuti.

«Devecchi, su cosa sta riflettendo?» ribadì, usando un tono amichevole, quasi paternalistico.

«A cosa sto pensando?» ripeté il commissario, indeciso se rispondere.

«Sì, la prego, me lo dica».

«Vaffanculo».

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